Jonathan Coe
La banda dei brocchi
Milano, Feltrinelli, 2002; pp. 380
Un tuffo in un passato senza Mtv, cellulari, fax e Playstation...
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Circolo chiuso
La banda dei brocchi
La casa del sonno
L'amore non guasta
La famiglia Winshaw
Pochi
romanzi come La banda dei
brocchi sono riusciti a ricreare vividamente un periodo storico, nel
dettaglio i controversi anni Settanta. La forza dell’ultima prova di Jonathan
Coe, sette romanzi all’attivo finora tra cui La famiglia Winshaw e La
casa del sonno, non è riposta nella perfezione strutturale dell’opera, né
nell’impeccabile stile di uno dei migliori
talenti letterari contemporanei, ma nella varietà del mosaico narrativo
allestito per l’occasione. Ambientato a Birmingham, città natale dell’autore,
classe 1961, il romanzo racconta le avventure di quattro studenti del King
William, un liceo d’élite che rappresenta il viadotto d’ingresso per
Oxford e Cambridge: sono Benjamin Trotter (Minus Habens il suo soprannome),
Doug Anderton, Philip Chase e Harding, spesso chiamati con i loro cognomi, come
a scuola, hanno grandi sogni e costituiscono il sogno di una vita migliore per
i loro genitori, classici esponenti della working class britannica. La
banda dei brocchi – il titolo
originale richiama una canzone della band progressive Hatfield & The
North (piuttosto nota nei Settanta, almeno in Inghilterra) – è appunto
costruita su quattro punti di vista principali che s’incrociano e che talvolta
finiscono per chiarire a vicenda le rispettive falle logiche lasciate ad hoc
negli orditi delle sotto-trame, alternando creazioni letterarie in serie:
recensioni, annunci per cuori solitari, stralci di canzoni, articoli tratti dal
giornalino della scuola (“La Bacheca”), sprazzi diaristici, provocazioni
letterarie, perfino un conclusivo pezzo di bravura sull’esempio di Joyce. C’è
Benjamin, che sogna di diventare scrittore o compositore (o entrambi, chissà),
scrive poesie e compone sinfonie per la splendida Cicely, il suo inarrivabile
oggetto d’amore. C’è Doug Anderton, figlio di un sindacalista della fabbrica
inglese per eccellenza, la British Leyland, che punta sul giornalismo musicale.
C’è Philip Chase, intento a formare con Benjamin una band alternativa di
successo (da chiamarsi Minas Tirtih o il Bastone di Gandalf) ma snervato dalle
retoriche avances con le quali il suo docente di storia dell’arte va
intrigando sua madre. E poi c’è Harding, il clown della scuola, dotato
di indomita forza satirica rivolta contro chiunque gli capiti a tiro, autore di
impagabili travestimenti reazionari. Il punto di vista privilegiato all’opera
ne La banda dei
brocchi è senz’altro quello di Benjamin Trotter, personaggio dietro il
quale Coe
ha nascosto non pochi tratti autobiografici – l’autore britannico è stato
infatti giornalista e musicista rock prima di votarsi integralmente alla
scrittura – ed a cui sono demandate le gemme narrative del romanzo: la
spiazzante scena à rebours in cui veniamo a conoscenza dell’attentato di
cui è rimasta vittima sua sorella, o la fulminea conversione religiosa del
ragazzo per aver evitato l’umiliazione di nuotare nudo nella piscina della
scuola, o l’incantato materializzarsi della storia d’amore con Cicely o infine
il notevole stream of consciousness in cui il ragazzo stringe la sua
felicità sentimentale nel dilatarsi di una sorsata di birra. Le gesta di questo
club degli imbranati sono incorniciate attraverso il filtro della
memoria: nella Berlino del 2003 i figli di due dei protagonisti si ritrovano
per caso e per caso decidono di viaggiare a ritroso in un tempo in cui non
c’erano Mtv, cellulari, fax o Playstation, un tempo in cui Il signore degli anelli
non era ancora finito sul grande schermo, in cui l’ambiente musicale era in
fermento, l’Ira tragicamente ai massimi storici ed il sindacato in grado di
fermare una nazione. Coe ci
informa anche che ci sarà un seguito, intitolato The closed circle:
attendiamo fiduciosi.
Jonathan Coe, La banda dei brocchi, Milano, Feltrinelli, 2002; pp. 380
Voto
8½
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