Supernatural
Shaman
Il
vecchio, inossidabile Carlos Santana è
come il buon vino, invecchiando migliora: straordinario virtuosista della
chitarra ormai dagli epici tempi del primo Woodstock, nonostante le sue
cinquantacinque primavere il
chitarrista messicano si fa riconoscere agevolmente per il suo
inconfondibile stile fin dai primi accordi dell’apripista Adouma, e
continua a dimostrarsi riconoscibile lungo le altre quindici tracce della tracklist
a prescindere dal genere praticato di volta in volta. Shaman per
certi versi amplia a dismisura il ventaglio di Supernatural, bestseller
a sorpresa, album capolavoro della maturità del chitarrista messicano, giocato
in un’ottica prevalentemente collaborazionista. Tale prospettiva costituisce
sia il limite che la nota lieta di Shaman, in cui non sempre i
cantanti di supporto riescono ad integrarsi in modo funzionale alla chitarra di
Santana. Procedendo lungo i brani in scaletta il disco propone Nothing
at all, un’intrigante ballata chicana con una convincente
interpretazione vocale di Musiq: a ruota arriva il singolo di lancio
dell’album, quella The game of love, una canzone ricca di brio e
sentimento, in cui la voce di Michelle Branch si integra a meraviglia con la
chitarra di Santana, davvero illuminante ed irresistibile in certi passaggi –
agli ultimi Grammy Awards non a caso il brano è stato premiato quale miglior
collaborazione pop dell’anno –. Lo stesso non può dirsi per You are
my kind, in cui Santana è supportato da un crooner d’eccezione come
Seal (ma è proprio la canzone che non riesce a catturare). Al contrario il
chitarrista messicano in coppia con l’atipica (ma incredibile) ugola di Macy Gray ha riuscito
a partorire la canzone più latina di Shaman, ovvero Amoré
(Sexo), melangiata e davvero contagiosa. Scorrendo la tracklist in
cerca delle restanti collaborazioni ci si imbatte poi in America, un
brano interpretato dai P.O.D. che non convince fino in fondo, per quanto Santana mostri di
trovarsi molto a suo agio anche con l’hard rock. Subito dopo ecco Sideways,
featuring Citizen Cope, un rhythm’n’blues di grande atmosfera:
essenziale, notturno, in assoluto l’indiscussa gemma di Shaman.
Niente male la successiva Why don’t you & I, con Chad Kroeger dei
Nickelback, una bella ballata marcata da accelerazioni hard rock. A
ruota segue Feels like fire, in cui Santana ha scelto l’angelica voce di
Dido, che si è fusa a
perfezione con le sue tramature chitarristiche: una bella ballata nel
complesso, interessante ma non entusiasmante. Da provare anche Hoy es adios,
ballata latina interpretata in modo convincente da Alejandro Lerner, come pure One
of these days, featuring Ozomatli, un discreto mélange tra funk,
latin rock, jazz e disco,
mentre di Novus, in cui Santana incontra l’ugola tenorile di Placido
Domingo, se ne poteva fare benissimo a meno. Shaman
presenta anche altre quattro tracce firmate dal solo Santana, d’impatto
complessivamente poco radiofonico, ma tra le quali almeno la splendida Victory
is won e la ritmatissima Aye aye aye meritano la segnalazione. Non
un grande disco, ma sicuramente un disco di gran mestiere.
Carlos Santana, Shaman [Bmg 2002]
Voto
7
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