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Massimo Zamboni
Pregate per ea
Scrivere rafforza la vita ha dichiarato questo chitarrista che pensa presentando in Sala Ferri di Palazzo Strozzi il suo ultimo libro il 16 maggio 2026
Giulio Einaudi Editore, Collana Supercoralli, ISBN 9788806270520, 2025
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"I musicisti siano sfacciati e indipendenti. Se penso a me, che a vent’anni prendo la chitarra in mano senza saperla suonare e, con molto coraggio, mi metto insieme ad altri che non sanno cantare e ad altri che non sanno performare. E, poi dopo tanti anni mi ritrovo a parlare di un mio libro al Gabinetto Vieusseux, mi chiedo: “Cosa è successo? Dove è l'errore?”. Poi un errore non c'è stato, perché mi rendo conto che il nostro è stato un percorso sincero, in cui ho continuato a guardare il mondo con occhi diversi, a costituire dettagli differenti con spirito battagliero”.
Anche quando non suona la chitarra elettrica, ma scrive, Massimo Zamboni continua a guardarsi indietro per intercettare il futuro, lo ha confermato presentando alla Sala Ferri di Palazzo Strozzi il suo ultimo libro Pregate per ea pubblicato da Einaudi. Il chitarrista di Reggio Emilia, classe 1957 è venuto a Firenze per Aspettando La musica dei poeti. I poeti della musica 2026, una rassegna nata per iniziativa del Gabinetto Vieusseux. Una buona occasione per evidenziare le varie anime di Zamboni: quella di musicista (Massimo, oltre a quelli con i CCCP e CSI ha pubblicato 9 album da solista, incentrati su tematiche che analizzano la condizione umana nei suoi aspetti più intimi e al contempo collettivi), quella di scrittore (ha scritto 11 libri per vari editori) e quella di illuminato agitatore culturale. Ma, torniamo a questo libro che avvicina l’autore a una terra che sente profondamente sua, l’Appennino reggiano. L’idea di questa creazione è nata quasi per caso durante una passeggiata di Zamboni all’interno di una faggeta della Val d’Asta, in cui notò la lapide dedicata a Maria Domenica Gebenini, uccisa in questo luogo nel 1870. Il romanzo, che si chiama “Pregate per ea” (Pregate per lei), come recita la scritta sulla lapide in mezzo al bosco, vede l’autore ricostruire, con una scrittura che è insieme asciutta, diretta e poetica una narrazione che si sofferma sulla terra, sui sassi, sulle piante, sulle stagioni, per poi raccontare con una prosa musicale e diretta la storia di questo controverso delitto intorno al quale continuano a fiorire leggende. Raccontare una storia di 150 anni fa con una logica molto diversa dalla nostra ha ispirato a Zamboni una modalità di narrazione antica, che ha sviluppato cercando l’etimologia delle parole e tentando di farle risuonare in maniera quasi epica, da racconto cavalleresco.
Interessante e molto ben articolata la risposta di questo moderno narratore in musica e in prosa alla domanda Perché scrive?
“Faccio mia una frase di Patti Smith che dice che si scrive quello che non si può vivere. E’ una frase che mi ha colpito perché è vero che in qualche modo scrivere rafforza la vita. La doppia, specialmente se scrivi dei libri che hanno una percentuale di autobiografia, la vedi poi moltiplicare davanti a te. Scrivere del viaggio a Berlino, come dei viaggi in Mongolia, o di una discesa in zattera con Vasco Brondi, o di questa andata nella terra degli antenati, in qualche modo moltiplica le mie possibilità di vita. E poi in qualche modo nella scrittura, così come nelle canzoni, quella è la parte migliore di me, cioè quella che io vorrei, io vorrei essere così come sono quando scrivo. E non sono così. Sono un essere umano con un sacco di difetti. Mi detesto una buona parte delle ore della giornata. E poi scrivi un libro o una canzone e all'interno ti dici ma insomma questo va bene. Cioè questa è come vorrei essere davvero quella parte della giornata ovviamente. Però è il momento in cui sento di essere allineato con le linee che insomma mi sono attorno”.
Voto
8
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