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Scanner - musica
 


SONG 32
Marco Paolini e I Mercanti di Liquore
Piazzale Michelangiolo
Firenze luglio 2004

 




                     di Tommaso Chimenti


Due chitarre, una fisarmonica e tanta poesia.
Così gettata a braccia aperte, tra il David di luce riflessa, due gocce d’acqua di nuvole appassite che non se la sono sentita di interrompere il flusso di coscienza creativo di questo chansonnier trevigiano, al sapor di radicchietto rosso, della parola.
Alle spalle una Firenze afosa e cupa di cappa tra le sporgenze di Santa Croce ed il Duomo, le mille luci di Fiesole, l’Arno evidenziato dai lampioni, le lunghe strisce d’auto e fanali a ricordare, senza suoni né malodori, lo smog ed il traffico imperante.
Il Piazzale è una parentesi, una bolla d’aria, sapone e nuvole oltre le nebbie del quotidiano giù in basso.
“Song 32”, nuovo spettacolo dell’eclettico attore - autore, presentato pochi mesi fa a Sesto Fiorentino all’interno della rassegna “InCanto” aVilla San Lorenzo in occasione del primo maggio, segue l’altro importante progetto “Attraverso” con Gian Maria Testa ed Erri De Luca.
“Sputi” è il cd uscito dallo spettacolo.
La voce dell’autore del “Vajont” o di “Ustica” danza tra le ballate dei Mercanti di Liquore, un sound molto italiano tra la tradizione popolare, l’oralità paesana con riferimenti, non casuali, a Guccini, De Andrè, l’omaggio finale è “La Guerra di Piero”, De Gregori, con punte più rock impegnato socialmente come i Modena City Ramblers, o più arditamente avvicinabili agli “Afterhours” soprattutto nella voce roca di Lorenzo Monguzzi simil Manuel Agnelli.
Simone Streafico slowhand sulle sei corde, Piero Mucilli ai vertiginosi tasti in bianco e nero verticali trasformano schitarrate dal sapore padano-lumbard in rock sanguigno e solare in patchanka danzerecce e ritmi quasi da festa balcanica.
Due ore di storie di treni e di viaggi, Paolini figlio di ferroviere, storie di terrorismo e povertà, storie decantate come bicchiere di rosso in osterie che non esistono più.
La fame e la sete, parafrasando un vecchio- recente film di Albanese.
La guerra ed i partigiani, i “Piccoli Maestri” di Meneghello, portati sul grande schermo da un acerbo Stefano Accorsi, l’”armiamoci e partite con le scarpe di cartone”.
Ora Paolini sembra imitare il piccolo grande Paolo Rossi con quella calata di alti e bassi d’esofago strozzato e, sopra gli striscioni di Emergency, tra una canzone ed una poesia, le mani spellate del pienone michelangiolesco, le storie si intrecciano, i racconti si diradano e, ad elastico, si tirano, si tendono, s’avvicinano, si fanno concrete, vere, reali, tangibili, di casa nostra, quasi un rap all’amatriciana, cantilena alla puttanesca, ricordi e nostalgie alla carbonara.
Spaghetti all’italiana, vizi e virtù tricolori.
Come poi poteva mancare un’invettiva al “piccolo industriale milanese” onnipotente ed onnipresente che tutto vuole comprare, comunque senza mai nominarlo?
E poi serafiche affermazioni dal sapore fantozziano, “finché c’è merce c’è speranza”, il capitalismo al capolinea, “ci siamo fatti da soli, ci siamo fatti un po’ più soli”, singletudine - abitudine egoista.
“L’Altissimo de sopra me manda la tempesta, l’Altissimo de sotto me magna quel che resta, in mezzo a sti due Altissimi, l’Altissimo de sopra me aspetta sotto terra, l’Altissimo de sotto me manda a far la guerra, in mezzo a sti due Altissimi, restemo poverissimi”.
Ecco il succo: “Restate sani, ne abbiamo bisogno”, andandosene dietro gli “unici camerini con il panorama più grande della platea”.

Voto 8 

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