Come sedici accordi, sedici musicisti che sembrano percorrere una loro traiettoria dall’overture in avanti fino al ricongiungimento nella chiusa d’occasione che sancisce e chiarisce gli assoli esaustivi, come sedici tracce di vinile, come sedici fili di un unico ricamo, tempere disparate per la stessa tela, sfumature essenziali per un caleidoscopio di sentimenti.
Sedici monologhi a se stanti, otto personaggi, la vita, la morte, l’amore, la guerra.
I tre sul palco, giovani attori-lettori con lei Teresa De Sio all’irlandese, e due musicisti rumoristi elettrico blusseggianti mettono in scena sul palco tra le colonne del Teatro del Sale, e poltrone rosse e soffitti a trave e delizie culinarie e il cuoco-padrone-patron: il Signor Picchi baffone che introduce e vino ungherese, l’ironia e la mala suerte dell’esistenza, la parabola dalla cenere alla polvere e ritorno.
La musicalità poetica della drammaturgia di Stefano Benni, il “Daniel Pennac tricolore” che qui si cimenta in un vero e proprio drama, passa oltre i suoni e le parole, d’intensa tristezza la << A HREF=" http://www.scanner.it/libri/benni98754.php"> “ballata della città dolente”, appunto il sottotitolo di conforto, contorno e commiato.
C’è l’Indovino, vecchio e cieco, che apre le danze con il suo sogno- incubo premonitore.
c’è un padre, che potrebbe essere uguale ad altri mille, rabbioso e rancoroso che prega bestemmie e ama quell’unico figlio, c’è il Figlio prima messo al mondo e poi salvato in una lurida sala da gioco di flipper stanchi e biliardi ammorbati.
c’è la Madre che non c’è più che guarda e controlla senza poter più spostare niente dalle nuvole sporche e grigie, c’è Lisa la fidanzata, c’è la Città dalle cento voci a volte protettiva e ovattatrice, di menzogne e di vergogne, che accoglie come ventre anche le atrocità, le banalità, le meschinità, senza batter ciglio.
C’è il mafioso- killer che ordina e punta il dito e l’arma, c’è lo spacciatore Teschio, “pesce piccolo ma dai denti aguzzi”, aguzzino che vuole la sua parte, iena che sa farsi valere nella savana della giungla d’asfalto.
E c’è la musica grande protagonista che accompagna per mano e tende le corde e prepara l’accaduto e stente tappeti rossi per l’azione o il dipanarsi del pensiero.
Un gospel in bianco e nero, un coro sfaccettato, una policromia armonica, che muore nello sparo che umanizza il Padre, che esalta l’Amore facendosi beffe della violenza perché “chi non ha paura di morire, muore una volta sola”.
Voto
7.5
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