Il progetto Ronin, condotto dal chitarrista Bruno Dorella, è quello spazio franco di cui un musicista sente ad un certo punto di aver bisogno soprattutto dopo anni di distorsione lo-fi e militanza nelle frange estreme dell'underground. Quindi un ritorno distensivo alla lentezza di melodie più tradizionali mediato comunque da una tristezza palpabile e senza parole. I cinque brani di "E.P.", composti fra un concerto e l'altro nel triennio 1999-2001, sembrano studiati appositamente per far da colonna sonora ad un film di David Lynch, ed in effetti il progetto doveva chiamarsi inizialmente IST, Imaginary SoundTrack. Ascoltando "Ronin Theme", la batteria suonata con le spazzole, la chitarra riverberata che scandisce note secche e dilatate e la fisarmonica accennata in un tappeto minimo, ti aspetti da un momento all'altro di sentir sbucar fuori la voce sussurrata e ruvida di un Leonard Cohen precedente alla presa di coscienza buddista. E la bellezza di brani come "Nada" ed il pezzo di sola chitarra "Outro", sta proprio nella percezione del silenzio che deborda tra una nota e l'altra eliminando le coordinate temporali ed inducendo uno stato semipnotico di rilassamento: "E. P." è un lavoro da ascoltare nella semioscurità e con una candela accesa davanti. A riaccendere i sensi ci pensano la ripresa veloce in stile Animals di "Ronin Theme" e la bandanzosità balcanica di "Canzone d'amore moldava", dove fa capolino un omaggio ai Naked City con un sassofono che impazzisce alla John Zorn. L'assenza della voce nei Ronin non viene avvertita, bastano già gli strumenti a parlare e a comunicare sensazioni ed atmosfere. "E. P." è un lavoro apripista all'album che uscirà tra pochi mesi e che vedrà l'inserimento di contrabbasso e violoncello nel gruppo. Consigliato a chi apprezza il raccoglimento ma non sopporta la musica new age.
Voto
7
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