I
RHCP sono tornati. Uguali e diversi come in passato, per fortuna, perché il quartetto californiano ama
cambiare restando fedele a se stesso, ha una predilezione per gli ossimori a
sorpresa e, soprattutto, è legato ad una concezione antica del rock,
quando il rock, almeno qualche volta, metteva a segno significative
microrivoluzioni. E così, dopo Californication, il disco in cui
la chitarra di John Frusciante era rientrata nel gruppo, non poteva che
esserci un album come By the way che, rispetto al precedente, è
una fotocopia a tonalità invertite. Si potrebbe obiettare che in pratica
risulta pur sempre una fotocopia, ma l’escamotage dell’inversione tonale
è un atto indubbiamente creativo, ed anche ricco d’ispirazione, stando alla
qualità ed alla verve che emergono dai sedici pezzi in scaletta. I Red Hot Chili Peppers sono stati
da sempre una band con due anime simbioticamente distinte, il funk
rock (anzi, uno degli esempi più originali di rock dell’ultimo
ventennio) e il pop rock melodico (sintetizzato nella storica Under
the bridge): quest’ultima componente finora è stata in sottordine, presente
ma mai percorsa fino in fondo, almeno fino a By the way.
Forse anche in seguito ad una fresca ferita d’amore Anthony Kiedis ha sfogato
il suo talento compositivo in canzoni malinconiche e soffusamente sentimentali:
con l’apporto musicale di Flea, John Frusciante e Chad Smith i brani sono
diventati in modo quasi naturale una variegata galleria di intense ballate, con
sprazzi occasionali di funk che emergono a colorare i pezzi qua e là,
come un insopprimibile necessità cromosomica del gruppo che continua ad
emergere a prescindere dal tema di riferimento privilegiato. Un titolo calzante
per esemplificare questa attitudine dei RHCP è indubbiamente la canzone
apripista, nonché titletrack, in sottofondo una ballata che a tratti
accelera improvvisamente sull’onda dei riff di chitarra che si
accendono. A ruota arrivano Universally speaking, sentita e delicata, la
ballata più canonica dell’album, ed il lento incedere funky di This
is the place, due pezzi che esemplificano alla perfezione la dicotomia
melodica di cui vive By the way, nell’ambito di un registro
generico dichiaratamente sentimentale. Il gioco che per stavolta i Red Hot Chili Peppers hanno deciso
di giocare è questo, come confermano le successive Dosed e Don’t
forget me, più tese e colorate da efficaci giri di basso, The zephyr
song, un esempio della produzione melodica classica dei RHCP, la più tesa
ed intrigante Can’t stop, una rock ballad a pronta presa, come I
could die for you e Midnight , davvero di grande atmosfera. C’è
anche qualche eccezione, ovviamente (siamo pur sempre nella galassia RHCP): ecco così
sbocciare nella seconda parte dell’album un pezzo rutilante e contaminato come Throw
away your television e subito dopo la verve tex-mex di Cabron,
costruita su tramature chitarristiche davvero deliziose. E poi ancora cambio di
marcia: alla splendida Tear, marcata da un’insostenibile progressione
interna che sfocia in vocalismi degni dei Beatles, segue Oh
mercury, costruita su contagiose verticalizzazioni di basso. La coda del
disco è melodicamente monotematica ma di grande effetto: una dopo l’altra si
alternano l’efficace Minor thing, la disincantata Warm tape e
l’eterea Venice queen, elettronica ed inquietante. Un gran bel disco,
non memorabile ma che si fa ascoltare summo cum gaudio...
Red Hot Chili Peppers, By the way [Wea 2002]
Voto
7½
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