Se
dalle sponde opposte dell’Atlantico il popolo di lingua angloamericana ha
potuto celebrare giusto lo scorso anno il quarantennale dei Rolling Stones, la
più grande rock band del Novecento (di certo la più longeva), l’Italia
può festeggiare con orgoglio l’analogo e prestigioso traguardo raggiunto dai Nomadi, un gruppo che nel corso di quattro
decadi ha miscelato canzone d’autore, rock e world music senza
mai perdere un briciolo di coerenza né la costante vena d’impegno sociale che
ha percorso la loro immensa produzione dal 1963 ad oggi. Il tutto nonostante la
formazione abbia subito nel corso degli anni numerosi rimaneggiamenti, alcuni
imposti da lutti che hanno rischiato di costringere il gruppo allo scioglimento, come
le due perdite verificatesi nel terribile anno 1992, quando a distanza di pochi
mesi morirono prima il bassista Dante Pergreffi e poi il leader e
cantante solista della band, l’indimenticabile Augusto Daolio. L’unico
punto saldo del nucleo originario dei Nomadi continua
ad essere ancora oggi il tastierista “Mastro” Beppe Carletti, che continua
carismaticamente a guidare il gruppo, attualmente composto anche da Danilo
Sacco (voce solista e chitarra), Daniele Campani (batteria), Cico Falzone
(chitarra), Massimo Vecchi (voce e basso) e Sergio Reggioli (percussioni,
violino e whistle) . La ricorrenza era nobile, insomma, ed i Nomadi hanno giustamente scelto di
celebrarla con l’album doppio 40, che riepiloga uno dopo l’altro
trentadue brani storici del repertorio del gruppo con l’aggiunta di due belle
canzoni inedite, poste a spartiacque tra la fine del primo disco e l’inizio del
secondo, ovvero E di notte e Io voglio vivere. Come in un ideale
concerto l’antologia prende avvio con un must ad alta tensione emotiva
come Noi non ci saremo, un pezzo rock di vena ecologica che
esemplifica alla perfezione una delle tematiche privilegiate del gruppo
emiliano. Come le perle di una collana il disco propone una serie di canzoni di
grande presa da Gordon alla nostalgia di Tutto a posto, da Il
vento del nord alla verve di sapore folk de Il fiore nero
e Per fare un uomo, dalle emozioni fuori dal tempo di Un pugno di
sabbia e Canzone per un’amica fino alla poesia de Il vecchio e il
bambino e della splendida Io vagabondo, l’indiscusso cavallo di battaglia
dei Nomadi.
La musica (è proprio il caso di dirlo) non cambia neppure nel secondo disco di 40:
dopo l’apripista, l’inedito Io voglio vivere, ecco arrivare la
graffiante Una storia da raccontare, quindi la magnifica Auschwitz,
che ci riporta all’aureo periodo della collaborazione con il grande Francesco Guccini,
l’intensa Ho difeso il mio amore, ed a ruota la storica Dio è morto,
il primo grande successo del gruppo, all’uscita censurato dalla televisione di
stato ma diffuso da Radio Vaticana, e proprio nel Vaticano poco dopo i Nomadi furono il primo
gruppo di pop rock italiano ad esibirsi. D’obbligo segnalare il brano
conclusivo di 40, di cui i Nomadi hanno
scelto la versione interpretata dall’inconfondibile voce Augusto Daolio, a
conferma che la sua anima è presente oggi più che mai nei Nomadi. Un best of
imprescindibile.
Nomadi, 40 [Cgd - 2003]
Voto
8
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