Che bello! Un disco che dura poco meno di quaranta minuti, come il vinile d’una volta, peraltro evocato
anche dalla grafica stampigliata sul cd, che ricorda un
vecchio 33 giri, con una copertina assolutamente minimalista – nome e
cognome dell’autore, un sintetico sottotitolo e un titolo che pare scritto a
mano –. Francesco De Gregori
ormai dalla metà degli anni Settanta si porta dietro l’etichetta (riduttiva ed
ingombrante al tempo stesso) di “Dylan italiano” e, esattamente come il suo
corrispettivo americano, nella maturità sembra dilettarsi ad offrire
un’interpretazione naïve della professione cantautorale:
un’intensa attività dal vivo insieme all’affiatata band
di sempre, un’indefessa attività compositiva che, ogni volta
che il materiale accumulato lo consente, finisce in sala d’incisione, senza
troppo riguardo alle strategie di marketing. Ecco dunque che l’ultima fatica di
De Gregori, intitolata Calypsos, puntualizza con opportuno sottotitolo che
trattasi semplicemente di “9 canzoni nuove” del cantautore romano, sfociate in
un disco che arriva a
neppure un anno dal precedente Pezzi, col quale condividono lo stesso
impressionante livello qualitativo che il bardo romano non manca di assicurare
al gentil pubblico almeno dai tempi di Amore nel pomeriggio.
Le nove nuove canzoni
di Calypsos prendono avvio con la splendida Cardiologia,
il primo singolo estratto dell’album, davvero qualcosa di molto vicino a un tuffo al cuore, una poesia in musica più che una
canzone con sprazzi lirici, basata su una melodia essenziale ma di grande presa
emotiva, il pianoforte e la voce di De Gregori, e l’amore, il tema più abusato
di sempre ma sul quale i veri artisti ancora riescono a parlare in modo nuovo
ed espressivo: “Che raccoglie conchiglie / dopo la mareggiata / che il cielo è
ancora scuro / ma la notte è passata / e macina la sabbia / dentro ai mulini a
vento / e che non ha mai fretta / e che non ha mai tempo / e poi l’amore
indecente / che si lascia guardare, / l’amore prepotente / che si deve fare / e
gli amori ormai passati / e ancora vivi nella mente / che dell’amore non si
butta via niente”. La successiva La linea della vita è un pop-rock
di gran classe, svagato (presenta perfino coretti femminili) ma non banale,
molto ‘radiofonico’, ancora giocato sull’amore, il tema privilegiato di
riferimento di tutto il disco. La casa è probabilmente una delle cose che gli
estimatori di De Gregori non
dimenticheranno tanto presto: una melodia semplice, quasi infantile, e un testo che, come un vero miracolo di leggerezza ed
espressività, costruisce la casa per l’amore – “Costruisco questa casa / senza
inizio e senza fine / come il sole a mezzogiorno / quando incendia le colline”
–. A ruota segue L’angelo, cantato in coppia con Lucy Campeti,
uno spensierato calypso che scorre via sinuosamente e ci porta al baricentro
del disco, ovvero l’intensa In onda. Poi arriva
Mayday, il pezzo più rock e graffiante della tracklist, quindi la suggestiva Per le strade di Roma, un
omaggio del Principe alla sua città. Poco prima della fine De Gregori ci
regala il terzo gioiello del disco, ovvero L’amore
comunque, un’incisiva raffigurazione delle mille facce dell’amore, marcato da
un refrain strepitoso rivolto alla “regina del tempo / della sabbia e del vetro
/ della fine di tutti i numeri / e dell’inizio dell’ alfabeto”. La conclusiva
Tre stelle è un tranquillo divertissement di buon gusto che chiude in modo
dignitoso un grande album. Francesco De Gregori, Calypsos
[Caravan/Sony/Bmg 2006]
Voto
8
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