Da un po’ di tempo canta. E lo fa
con gusto. Dopo aver dato tanto alla prosa, con la trilogia della Famiglia Gori, si dedica alle corde vocali. L’incontro con la Banda Improvvisa
ha aperto, o meglio riaperto, riportato alla luce il primo amore, la vena
cantautoriale che da sempre abita e si agita dentro Alessandro Benvenuti. In
quest’ultima versione però niente a che vedere né con “Benvenuti all’Improvvisa”
né con Capodiavolo, né ancora con il rifacimento del deandriano Storie di un impiegato.
Qui la materia arriva dal profondo, è roba sua, si sente da come la maneggia,
da come la estrae dal cilindro, dal cappello del baule di Houdini degli anni andati, trascorsi sulle guance grigie così come i capelli. Un po’ Bobo Rondelli, un
po’ Guccini. Le rime ansiose,
quelle astiose, quelle malinconiche, quelle melanconiche, le panoramiche su un
mondo andato, quello di paese, e le facce, i visi, i volti, quell’allegra
tristezza che tratteggia i ricordi velati di passato e gioventù, quella voce
che quasi si rompe quando riaffiorano “il babbo e la mamma che ho già sotterrato”. Quindici tagli, quindici scorci, i Quindici come la vecchia enciclopedia fanciullesca ed adolescenziale che insegnava ad affrontare lo studio, la vita, le parole. I testi sono pieni, con le stilettate da toscanaccio che sennò che Benvenuti sarebbe: “Unire l’utero al
dilettevole”. Si ride, perché no. Grondano autobiografismo questi versi messi
in musica: e s’arrabbia e s’accalora e s’infervora e s’accapiglia in
quest’affresco che dal paesino dove è nato arriva fino ad abbracciare l’Italia
intera. A tratti un po’ Benigni, altre Renzo Arbore.
Gioca, ci gioca tra il jazz (la rassegna che lo ospita si chiama “Jazzato” a
San Paolo alla Croce sopra il Galluzzo), il rock martellante e dirompente da battimano e l’intimista sciantoso e con charme che apre il cuore. E’ vero e si sente, riesce a passare il magma di emozioni, riesce a trasmetterle, a trasferirle come per osmosi mettendo in
circolo quella sana robustezza di sentimenti e contenuti, a volte un po’ acidi
ma sempre, se non ottimisti, almeno positivi. Che la vita è bella, è come se
urlasse, anche se c’è un Dio opprimente e un
Berlusconi da cappa, cappuccio e bavaglio morale.
Voto
7
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