Babilonia Teatri
The End
Di Valeria Raimondi e Enrico Castellani. Con Enrico Castellani e Ilaria Dalle Donne, scene Babilonia, Luca Scotton, Luci, audio Babilonia, Luca Scotton, Valeria Raimondi
Produzione: Babilonia, CRT, in collaborazione con: Operaestate Festival Veneto, Santarcangelo 40. Visto a Bassano del Grappa, Garage Nardini il 4 settembre 2010
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Babilonia Teatri,
The End, 2010
Babilonia Teatri,
Pop star, 2009
Babilonia Teatri, recensione Pornobboy, 2008
Babilonia Teatri, presentazione Pornobboy, 2008
Babilonia Teatri, Made in Italy, 2008
"Arriverà la fine, ma non sarà la fine, e
come ogni volta ad aspettare e fare mille file, con il tuo numero in mano e su di te un primo piano, come un bel film che purtroppo non guarderà nessuno. Chieder scusa non servirà a niente". (“La fine”, Nesli)
Un inno alla morte. Alla fine non aspettata, non per conclusione esterna, non per consunzione, ma per libera e consapevole scelta. Un inno al suicidio ma scevro da
ogni sua implicazione morale o religiosa. Egoista, certo, senza considerare chi rimane. “La fine” dei Babilonia, i titoli di coda di una vita, l’atto conclusivo è più che altro la messa in scena di una paura, collettiva,
oggettiva, sociale, diffusa, generazionale, occidentale. Più si ha, più si
fatica ad averlo e più si ha paura di perderlo. E’ per questo che ci si gode poco il presente cercando ossessivamente il futuro
(correndo sudati per raggiungerlo come in scena) cancellando il passato
ingombrante. Suicidio, dicevamo: a ricordarcelo passa dalle casse prima Kurt Cobain, “Smell like teen
spirits” ad un volume di decibel deformanti e disturbanti da sordità, ed in chiusura Jim Morrison, “This is the
end”, ulteriormente a sottolineare (troppo?) dove il monologo (qui a due voci)
sempre all’unisono ed in rimbombo, vuole andare. Il concetto è chiaro. La
scrittura è quella pura babilonese: dura, diretta, schietta, schiaffi in faccia
e parole sputate alla platea, nessuna concessione all’estetica, che i Babilonia dividono, o li si ama o li si odia. Via di mezzo non ce ne sono. Loro non ne
cercano. Abbasso i compromessi. O dentro o fuori. Non è un inno alla morte,
però. E’ l’affermazione dell’io, di quell’io vigile, attivo, attento che decide quando smettere di giocare, quando è il momento di
appendere le scarpe al chiodo, quando è l’ora di andare a dormire. Trovare il
punto di rottura, l’equilibrio perfetto tra quando si sta crescendo e quando si
comincia ad invecchiare. La dignità della persona,
concetto desueto. Ma, come sappiamo, “gli eroi son tutti i giovani e belli”: Cristo, Che Guevara, che la faccia grinzosa di un anziano
sulla maglietta non se lo vuol mettere nessuno. Di eroi ce ne sono sempre meno
(anche di santi), sempre pochi e quindi ci trasciniamo riscoprendo le bellezze
della quarta (!) età, il viagra, la palestra dei sessantenni, la chirurgia estetica, la medicalizzazione e l’allungamento farmacologico della vita.
Nessuno vuole abbandonare baracca e burattini, nessuno vuole lasciare la barca, anche se sta lentamente affondando. The end è un urlo al
deperimento, alla vecchiaia, alla vecchiezza, non tanto alle rughe quanto alla
perdita di quella lucidità che ti fa essere persona e quindi esistere. Non un peso, non una carogna da scansare, non un ingombro, non la
non- autosufficienza. The end è un abbaiare nella notte contro le ombre
che si affollano fuori dal cancello, è un rock che pesta di brutto, The end è un punk scorticante a scavare fino a mettere a nudo
i tabù. Si stracciano le vesti contro la morte lenta, esaltando il colpo di pistola
che appiana tutti i debiti, anche quelli di coscienza. Un abbraccio
all’eutanasia (Eluana già citata in “Made in Italy”, tema
caro anche alle Macellerie Pasolini con il loro recente Love
car), decisamente contrari all’alimentazione
forzata, all’accanimento terapeutico. Anche il Cristo, qui gigantesco da navata
appeso che scende dal soffitto, è apparso per salvarci ed invece è stato ucciso senza aver risolto i problemi. E mentre i due sulla scena
(Valeria Raimondi sta al mixer perché in gravidanza) si contorcono e muoiono, nel ciclo naturale delle cose, vengono
appesi, come ladroni al fianco del Salvatore, due teste (vere) di un manzo e di
un asino, come dire che il fiato del bue e dell’asinello (a Santarcangelo c’era
un suino tranciato in due, omaggio alla Romagna) non è servito a niente se non
a continuare a far andare avanti la carriola dell’esistenza. E’ sempre più dura
la vita per gli atei, per i miscredenti, senza appigli, senza preghiere, senza
nessuno che dall’alto possa sistemare le pedine sulla scacchiera e farci felici. E’ molto più auto-responsabilizzante credere che ogni atto, azione e conseguenza futura sia figlia, applausi o fischi che arrivino, delle nostre
scelte. Ed è come un passaggio di morte tra gli animali decapitati ed i due Babilonia senza respiro sotto. Praticamente
un inno alla vita, proprio nel momento in cui all’interno della compagnia stanno
per arrivare nuovi vagiti in forma di neonato. Prossime repliche: 14 ottobre
Teatro Sant’Andrea a Pisa, 26 ottobre Teatro Carignano, Torino, debutto al CRT
dal 25 gennaio al 13 febbraio a Milano.
Voto
8
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