"Voglio vivere così, col sole in fronte e felice canto beatamente. Voglio vivere
e goder l’aria del monte perchè questo incanto non costa niente.
Tu non m’inganni sole d’or, m’accarezzi e dai calor sei buono
tu” (Ferruccio Tagliavini, “Voglio vivere così”,
1941).
Lo vedi e pensi a Pietro Maso. Ma non solo. Non soltanto. Qui non
c’è solo la fabbrichetta di famiglia che il nonno ha costruito, il
padre ha consolidato ed il figlio vuole dilapidare in piaceri e gioie terrene.
In definitiva la vita è una sola. E il “nostro” Maurizio Camilli,
sua la drammaturgia, alla fine, come da lui preventivato in occasione del
foglio di sala, ci è simpatico. Parteggiamo per lui. Lui che fa il
lumacone con il pubblico, che lo studia, lo intorta in un dialogo fitto e
costante cercando e chiedendo approvazione, che gli strizza l’occhio
ruffiano, che lo fa sentire desiderato, amato, sostenuto. Siamo ormai
“compagni di merende”, un tutt’uno, pubblico e personaggio,
lui è il pifferaio magico, noi i topi, noi la folla, lui il capopopolo. I
tempi sono cambiati. Vuole donne, discoteche e droghe, che la vita fatta di
orari e responsabilità è brutta e grigia come la nebbia che
circonda il Nord Est. Gli svaghi sono per forza eccessi perché tutto il
resto è compresso e represso. E’ un lavoro elettrico questo
“Col sole in fronte”, vincitore del Premio
dell’Associazione Nazionale della Critica Teatrale italiana 2010, con
un attore da mettere nel novero, che entra di diritto nella lista dei migliori
“giovani” sulla scena contemporanea nazionale, a mio avviso, al
fianco di Fulvio Cauteruccio, Michele Di Mauro, Annibale Pavone, Daniel
Dwerryhouse, Stefano Cenci, Giandomenico Cupaiolo, Salvatore
Lo Cascio, Fabrizio Gifuni, Mariano Nieddu, Mario
Perrotta. La compagnia Balletto Civile
è quella di “Ccelera!” vincitore del
Premio Cappelletti nel 2005. Camilli ha un phisique du role palestrato,
allenato e flessibile, si spoglia e si veste, tutto di marca, dalla giacca alle
mutande, bevendo gin tonic, con la cameriera di colore, tra passi di danza ed
acrobazie si districa, si contorce nella vita cercando interstizi per trovare
un ordine delle cose, un giusto equilibrio tra i movimenti, tra il prima ed il
dopo, tra il passato familiare ed un futuro fatto soltanto di piccoli presenti.
Stereotipi ma non trattati con banalità. E’ una fotografia della
precarietà, il non avere futuro, il non pensare di averlo porta a
consumare, a bruciare, a mangiare tutto ed in un unico boccone, anche se amaro,
da ingoiare con litri di alcool e minuscole felicità momentanee,
estemporanee. Poi la soglia si alza e la posta in palio deve essere adeguata
altrimenti accorre la noia a puntare più fiche sullo squallore, sulla
nenia del tempo che scorre uguale a se stesso. La morsa stritola, il cappio si
stringe attorno a piccoli uomini non cresciuti, che non hanno avuto
possibilità di poter dimostrare la propria vulnerabilità, la
propria fragilità. “Non avevo mai pianto, prima di essere un
uomo”, diceva Daniele Silvestri.
Il “nostro” sulla scena è infido e liquido, viscido e
inafferrabile, di quelli che non ti fideresti mai ma che, al tempo stesso,
ispirano gioia e follie sopra le righe, un Lucignolo che avrà sempre la
sua claque, il suo stuolo, gruppo, branco, che lo adorerà per gli
eccessi, soldi, macchine, per quello che si può permettere di fare, di avere:
di essere. Corona, docet. Un angelo vestito di
bianco, un angelo demoniaco e marcio che fa business, che gioca a poker con la
vita, anche con quella degli altri, un Tony Manero di provincia che trasuda
odio, per le donne, gli extracomunitari, un cattivo maestro razzista che ne
cerca sempre di nuovi: “Io sono il mio supereroe”. Forse un
leghista? Non è un problema di classe o ceto, ma proprio di generazione.
Non è un problema di assenza di valori, ma di vuoto, di vortice, di quel
buco nero che tutto risucchia del “produci, consuma, crepa”. I
trentenni sono la fotografia del Paese, e forse la più cocente sconfitta
della ricerca del successo, della carriera, del managerialismo, degli anni
’80 (infatti, e non a caso, proprio lì sono nati tra cartoni
animati giapponesi e le neonate tv private!), della Milano da bere, senza
invocare i massimi sistemi del capitalismo. Che il padre sia morto o sia stato
proprio lui ad ucciderlo non cambia le cose, non sposta
l’oggettività degli accadimenti: quel padre, i genitori, gli
anziani, sono un blocco, uno scoglio al godimento delle risorse accaparrate. La
questione è l’uccisione del padre, qui fisicamente, nelle maggior
parte dei casi, metaforicamente, filosoficamente parlando: “Se lasci
stare la questione affettiva, tutti dovrebbero farlo”. Si scontrano
così le logiche delle formiche con quelle delle cicale: “I soldi
piacciono a tutti”. E le cicale, si sa, sono più belle e poi,
anche se per una sola estate, cantano. E’ per quello che ci piacciono di
più. Quasi che “alacre”, l’aggettivo più usato
ed abusato per definire l’incessante lavoro del termitaio, sia diventato
un’offesa.
Voto
7 ½
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