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  03/04/2025 - 19:14

 

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Nel fango del Dio pallone
Regia di Giulio Baraldi
Tratto dal romanzo omonimo di Carlo Petrini, Con Alessandro Castellucci
Al Teatro Everest Firenze 13 maggio 2006

 




                     di Tommaso Chimenti


Scusa Ameri, sono Ciotti. E' soltanto un ricordo amaro. Quello che sta avvolgendo, schiantando, annegando, soffocando, uccidendo il calcio italiano ormai non è più soltanto fango. Il fango, la melma appena si secca si scrosta via. Queste sono più sabbie mobili che ti trascinano sul fondo assieme all’infanzia, al campetto, alla maglia di cotone sdrucita e consunta sotto le ascelle, ai colpi di tacco, agli idoli visti in tv e soltanto immaginati terreni. Perché terreni, in carne ed ossa, per te non sarebbero mai stati. Oppure è soltanto merda ed all’odore presto ci si assuefa, come a tanto altro peggio. Ma Carlo Petrini lo aveva detto. Petrini non è stato più al gioco ed è stato punito, rifiutato, escluso dal grande banchetto, allontanato, però anche mai denunciato o condannato. Minacciato invece si molte volte, anche di vita. Che bella la vita del calciatore. “Nel fango del Dio pallone” ti spiega tutto. Cosa fare, cosa dire, di chi essere amico. Prendi queste pasticche, fai con le starlette di turno, un’iniezione, qualche scommesse. Ed il gioco è fatto. Il gioco più bello del mondo, un Monopoli impazzito per vecchi squali arrivisti dove o ci stai e ci sono briciole milionarie per tutti, o reclami, protesti ed alzi la voce e non hai più potere d’acquisto, rimani un nome per vecchi calciofili nostalgici e senza tempo, una figurina Panini ingiallita per quiz pomeridiani. Adesso tutti a dire: “Io lo sapevo, io l’avevo detto!”. Petrini si può fregiare di questo primato. Ha pagato ed a caro prezzo il successo, le macchine, le donne. Il tutto e subito, facile, molto facile, tutto era permesso, tutto legale. Anche l’illegale. I calciatori, e tutto il loro mondo, è fuori dalle regole, super partes nel senso che parteggia soltanto per se stesso ed i suoi affiliati. Un clan, un club ristretto di amici degli amici. Castellucci indossa sulla scena tutte le maglie della carriera, per la verità non così folgorante, di un’eterna promessa. Bologna, Roma, Milan, Genoa, squadre blasonate per storia e trofei in bacheca. E si sente il tipico dialetto del Paron Nereo Rocco e la parodia di un Gianni Rivera danzatore classico quasi Rudolf Nureyev Ed eccoli poi in fila i caduti sul campo, alla faccia che lo sport fa bene al fisico, gente morta per un pugno di dollari, morti archiviate: Bruno Beatrice della Fiorentina, Renato Curi fino a Signorini del Genoa anni ’90. Scusate ma è il prezzo della fama e del successo, delle gambe toniche che escono dai pantaloncini attillati, della potenza dei nostri dei greci nell’Olimpiade domenicale, simbolo di guerra simulata, virtuale scannatoio in un’arena senza vincitori. E si arriva anche a Luciano Moggi. Ma non dite che Petrini ve lo aveva già detto.

Voto 8 

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