In Zoya,
la mia storia John Follain, corrispondente del “Sunday Times” da Roma, e Rita
Cristofari, addetta stampa di varie organizzazioni
umanitarie, hanno vividamente reso la testimonianza di Zoya, una giovane
afghana militante nella Rawa (Revolutionary
Association of the Women of Afghanistan). La giovane co-autrice di questo libro
non si chiama veramente Zoya,
ma ha deciso di fregiarsi di questo nome di fantasia nel tentativo di
proteggere amici, parenti e conoscenti dalle sicure ritorsioni degli
integralisti islamici. Si tratta soltanto di un piccolo dettaglio, ma denso di
significato, che arricchisce di una decisa sfumatura di realismo le brutali
atrocità, le esecuzioni sommarie, le violenze indiscriminate e le restrizioni
sessuali raccontate pagina dopo pagina in Zoya, la mia storia, un
libro-verità in cui – dalla prospettiva di una bambina che diventa giovane
donna, talvolta incredula, talora perfino incapace di capire a fondo i colori
del male – si intrecciano la storia recente dell’Afghanistan, le brutalità commesse in
nome del fondamentalismo religioso e spunti di cronaca sul dramma delle donne
afghane, costrette a nascondersi dietro il manto dei burqa per evitare stupri
ed esecuzioni estemporanee. Zoya
è nata a Kabul nel 1978, durante l’occupazione russa, figlia di genitori
impegnati attivamente per la libertà del proprio paese, scomparsi nel nulla
anni dopo in seguito alla presa del potere da parte dei mujahiddin, un regime
totalitario che in breve si dimostrò ancora peggiore della dominazione-ombra
esercitata dai Sovietici. La scomparsa dei genitori di Zoya convinse la nonna
putativa della giovane autrice a lasciare Kabul, cercando asilo nel campo
profughi della Rawa a Pashawar, in Pakistan, dove la nipote poté riprendere gli
studi: ad appena sedici anni Zoya decise di ricalcare le orme della madre,
entrando con un ruolo attivo nell’organizzazione clandestina della Rawa, al
fine di assistere le donne vittime di violenze, documentare gli omicidi
commessi in nome del totalitarismo religioso e scrivere articoli di denuncia sulla condizione
femminile in Afghanistan. Il rischioso ritorno di Zoya in patria, coinciso
con l’avvento al potere dei Talebani, è agevolato dall’odiosa copertura del
burqa, simbolo di soffocante imposizione per le donne afghane, ma allo stesso
tempo valorizzato positivamente dalle militanti della Rawa come opportuno
nascondiglio di materiale sovversivo e paravento ideale per celare identità
scomode. Nel frattempo l’Afghanistan ha
subito un nuovo cambio al vertice che sostanzialmente non ha cambiato la
situazione: i Talebani, recentemente scacciati dalla rappresaglia americana per
la strage delle Twin Towers dell’11 settembre 2001,
sono stati sostituiti dal nuovo regime dell’ambigua Alleanza del Nord. Zoya, la mia storia,
vincitore del premio speciale “Versilia-Viareggio”, si chiude con un sogno: una
giovane donna libera di camminare le strade devastate di Kabul col sole che le
scalda il viso, finalmente privo della maschera del burqa.
Zoya con John Follain e Rita Cristofari, Zoya, la mia storia, Milano, Sperling & Kupfer, 2002; pp. 209
Voto
7
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