Come un’arringa dal balcone, come
un comizio elettorale, infarcito di parole d’ordine come “amore,
passione, valori, famiglia, patria, Dio, sogni, rigore, morale,
speranza, sobrietà”, di quelli rassicuranti, che piacciono tanto alla gente. Come
se la troppa moralità e pulizia nascondesse, o dovesse
celare necessariamente, un lato buio, oscuro, indecifrabile. La troppa moralità
porta alla repressione, la repressione all’esplosione
incontrollabile della violenza. Tommaso Taddei, attore fondatore della
compagnia fiorentina Gogmagog, collabora
nuovamente in questo “Quanto mi piace uccidere” con il regista ed autore brasiliano Virginio Liberti anima degli
Egumteatro, dopo il pirandelliano “Questa sera si recita la nostra fine”. TT,
in una grande prova d’attore, è eccitato nel suo ciuffo laccato, lisciato e schiacciato
di lato alla Hitler, il suo sguardo allucinato, disperato,
emaciato, gelido e sanguinolento, la sua faccia da angelo demoniaco e infante inquietante
alla Kurt Cobain,
in completo grigio e cravatta a pois, impeccabile e ineccepibile come l’ American
Pshycho di Ellis,
racconta agli ascoltatori la sua carriera, personale e politica, senza
tralasciare alcun particolare. Oggi è un deputato, un front man ricolmo di
principi positivi, di quelli che solcano la retta via, che danno consigli, che
indicano il giusto, che sanno sempre scegliere tra il
bene e il male, che separano il grano dalla crusca, che demonizzano la gramigna. A ritroso ci
porta per mano dentro gli inferi familiari, dentro le ossessioni e le manie di
un nucleo, compatto, unito come un pugno, tutto casa e chiesa. Alle 11 della mattina a Radicondoli, scelta inusuale ma felice
del nuovo direttore Gabriele Rizza, “teatro cappuccino e brioche”. Il testo di Liberti è una mezz’ora di
disgustoso vomito di parole, una fiumana corposa e splatter, un torrente in piena che rompe gli argini dell’udibile e dell’accettabile, una diarrea di emozioni contrastanti, il caldo dell’amore e il caldo del sangue, una violenza
che gronda, un’aggressività che scende, zampilla horror, trova la sua fonte e foce, si spande densa, si dispiega e s’allarga come macchia sul pavimento. La normalità del male. Uccidere come forma d’amore estrema, come ricordo di famiglia, come per rinsaldare e rinforzare il legame
con la madre che dopo la morte ha lasciato una lettera “per farsi mangiare e per non essere mangiata dai vermi”, con il padre che
si uccide sotto una macchina per lasciare al figlio i soldi dell’assicurazione.
Taddei era già stato protagonista alcuni anni fa nella parte del “mangiato” ne “Il ristorante dai tanti ordini”. Stavolta il contrappasso dantesco lo porta a vestire i panni del carnefice, del cannibale, maligno e malvagio. “Ti mangio, ti bevo, ti amo”. Buon appetito. L’appetito
vien mangiando.
Voto
8
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