Non conoscono gli appartamenti che frequenteranno, che per
un’ora scarsa diverranno il palco per una decina di spettatori
privilegiati. Un salotto, sconosciuti. Stavolta il rapporto non è più
uno ad uno per Cuocolo
Bosetti, la compagnia italo australiana
specializzata nelle piece per un solo spettatore. Ormai sono di casa a Contemporanea.
Aspettiamo il loro arrivo. Le finestre sono aperte, dalla strada qualche voce
lontano. Tensione nell’aria. C’è un divano, delle sedie. La
casa è fresca, carina ed ospitale, i padroni giovani. Suonano alla
porta. Arrivano con la loro valigia. Sembra che debbano svolgere un compito,
portare a conclusione un lavoro. Prima facciamo, prima ce ne andiamo. Il loro sorriso
sornione distende i sorrisi. All’informalità seguono ordini, alla
dolcezza, parole dure, alla sensualità dell’attrice le scintille
tra i due “carnefici”. Siamo prigionieri. Lo siamo per contratto di
biglietto. L’abbiamo voluto, scelto, ci siamo prenotati per questo. Come
in Arancia meccanica,
come in Funny games, come Charles
Manson nella casa di Polansky. L’uomo nero che
arriva di soppiatto, l’uomo di sabbia che dolcemente si intrufola prima
di svelare le sue reali intenzioni. Ci legano le mani. Ci bendano gli occhi.
Viene spenta la luce. E comincia un altro mondo fatto soltanto di voce, di
ammiccamenti verbali, di questo strano sentore di erotismo, di voyerismo, di una strana eccitazione dell’essere
nelle mani di uno sconosciuto. Il racconto è da un lato piccante,
dall’altro drammatico e tragico. Il sogno che corre e ci percorre
è una storia triste, complessa ed infarcita di sensi di colpa. Siamo
impotenti davanti a quella visione che si materializza davanti alle nostre
pupille cieche. Possiamo solamente ascoltare, nemmeno ribellarci. Ma
c’è sempre, nei lavori di Cuocolo Bosetti, questa strana pasta ed amalgama tra il pathos
emotivo del racconto e la potenza sia delle immagini rievocate sia
dell’eccitazione cerebrale. Quello che scatenano è sesso di testa,
il più difficile da raggiungere, il più duraturo. La voce di lei
è sensuale e decisa, a tratti al limite del mascolino, l’uomo
sembra essere il suo master, il suo analista che la porta, la conduce, tipo
belva in gabbia, a farsi ammirare, a ricordare il suo atroce passato. Ai
prigionieri viene chiesto: “Di che cosa avete paura?”. Verrebbe da
rispondere, ma la gola si secca e si ascolta il silenzio di pudore degli altri
nella tua stessa condizione di limitata mobilità fisica. La mente
però viaggia eccome, rincorre i cambiamenti di voce, sente tutte le
parole, non se ne perde neppure una, il significato adesso è pieno e
denso e corposo. Gli occhi limitano la comprensione.
Voto
8
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